lunedì 13 febbraio 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 29: STEPHEN STILLS

STEPHEN STILLS   Stephen Stills (1970)



Quando uscì il suo primo album solista, Stephen Stills aveva venticinque anni e i suoi credits erano già impressi in almeno un poker di dischi che entreranno nella storia del rock americano: con i BUFFALO SPRINGFIELD (è sua la hit del gruppo ‘For What It’s Worth’), con CROSBY & NASH (il primo con divano in copertina e il secondo DEJA VU con YOUNG) e con SUPER SESSION insieme a Al Kooper e Mike Bloonfield.
Febbraio/Marzo 1970: Crosby, Stills, Nash e Young stanno per uscire con il nuovo disco quando Stills decide di passare un mese in Inghilterra in cerca di nuove esperienze. Forti esperienze. Stills ritornerà da Londra con due pesanti valige in mano: una piena di importanti scambi musicali che saranno la colonna portante del disco solista che uscirà a Novembre, l’altra piena di cocaina, altrettanto pesante e abbastanza decisiva per rovinare alcuni rapporti umani e artistici.
“Stephen tornò dall’Inghilterra con il pretesto di cantare AFTER THE GOLDRUSH, ma anche per rientrare all’ovile. Vivere all’estero lo aveva proprio scombinato. Aveva jammato con Jimi Hendrix ed Eric Clapton. Aveva suonato nel singolo di Ringo Starr ‘It don’t come easy’. E aveva partecipato a venticinque session in ventisette giorni, lavorando al suo disco, in cui aveva suonato un’incredibile varietà di strumenti. Per cui, il suo ego era grande come Urano. Stava portando al limite la sua follia per la cocaina.” Scrive NASH nella sua autobiografia.
Nonostante Stills avesse messo le mani su numerosi strumenti, scorrere la lista degli ospiti è estremamente gratificante: dai già citati Jimi Hendrix che suona la chitarra, ma ci si aspettava qualcosa in più, nell’incalzante e incendiaria ‘Old Times Good Times’ e Eric Clapton nel blues elettrico ‘Go Back Home’ (forse la migliore), a Ringo Starr nascosto dietro al semplice nomignolo Richie, fino ai compari David Crosby e Graham Nash, e poi ancora John Sebastian, Booker T Jones, Mama Cass Elliot, Dallas Taylor.
Partendo da ‘Love The One You’re With’, ispirata da una conversazione con Billy Preston avvenuta a Londra, e che diventerà un punto forte della sua carriera e di CSN (nel live FOUR WAY STREET) nonché il primo passo verso i ritmi latini che troveranno libero sfogo nella mossa successiva a nome MANASSAS, al folk ‘Do For The Others’ in cui fa tutto da solo, il blues acustico di ‘Black Queen’ dove sale in cattedra la sua tecnica fingerpicking, il flauto jazzato in ‘Cherokee’, il R&B che si sfoga nel gospel in ‘Church’, l’orchestrale ondeggiamento di ‘To A Flame’, l’epicità finale di ‘We Are Not Helpless’. Nessuna sbavatura in queste dieci canzoni in grado di mostrare la colorata varietà compositiva del suo autore, in bilico tra malinconia e forte passionalità. Stills non raggiungerà mai più queste vette compositive se non in modo sporadico nel secondo disco che uscirà un anno dopo, con il primo Manassas del 1972, in alcuni episodi con Neil Young in LONG MAY YOU RUN e in canzoni sparse in altri progetti, non ultimi i RIDES. Ma cito anche il bello e sottovalutato MAN ALIVE! del 2005 che ha negli undici minuti di 'Spanish Suite' il colpo del fuoriclasse.
18 Settembre 1970: muore Jimi Hendrix. Stills farà in tempo a dedicare il disco all’amico con questa nota inclusa nei credits: “dedicated to James Marshall Hendrix”.




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