martedì 22 maggio 2018

RECENSIONE: RY COODER (The Prodigal Son)

RY COODER    The Prodigal Son (Caroline/Universal, 2018)





RY COODER ha sempre fatto quello che ha voluto, fregandosene dei tempi, completamente slegato da qualsiasi moda e corrente musicale, risultando avanti quando suona vecchio, antico quando racconta il presente. Innovativo, curioso e strabiliante sempre. Mai banale ma stimolante. Non è da meno PRODIGAL SON, un disco che arriva a ben sei anni da Election Special (2012) e sette da Pull Up Some Dust And Sit Down (2011), due dischi calati perfettamente negli anni in cui uscirono, due concept album di denuncia e protesta che mettevano in risalto crisi finanziarie e giochi di potere in prossimità delle elezioni governative americane del 2012. Riuscitissimo il secondo, un po’ meno il primo. Questa volta, spinto e spronato dal figlio Joachim, abbandona la stretta attualità (anche se parecchie canzoni possono benissimo incastrarsi con i tempi che stiamo vivendo, ecco l'immigrazione trattata in 'Everybody Ought To Treat A Stranger Right') e pesca a piene mani nel gospel, riesumando vecchi traditional e antiche canzoni spiritual di Blind Willie Johnson, Carter Stanley, Blind Roosevelt Graves, imparate quand’era ragazzo e ora verniciate a nuovo, registrate in modo semplice e diretto (quasi live) e imbastite con trame blues, gospel, folk e rock. È tutto ridotto all’osso qui dentro, dagli strumenti ai musicisti, atto a riportare le lancette del tempo indietro di molti anni ed esaltare le tematiche di morte, amore e fede dei testi, portando in superficie la moralità, la storia, la cultura: la chitarra, la voce di Ry Cooder e la batteria di Joachim sono sempre presenti (con sporadiche e bilanciate concessioni alla modernità), unica eccezione per il basso di Robert Francis, scomparso nel 2017 e il violino di Aubrey Haynie in ‘You Must Unload’, più i cori del fedelissimo Terry Evans, pure lui scomparso poco dopo le registrazioni, Bobby King e Arnold McCuller. Tra la cupa, lenta e nera ‘Nobody’s Fault But Mine’ (uno dei picchi del disco) al gospel di ‘Prodigal Son’ scrive tre canzoni di proprio pugno: ‘Shrinking Man’, la più moderna nel testo ‘Gentification’ e ‘ Jesus And Woody’ che cerca di tracciare un dialogo immaginario tra Gesù Cristo e la figura di riferimento del folk Woody Guthrie. Seduti uno vicino all’altro, il figlio di Dio dice: “sì, sono stato un sognatore, Mr. Guthrie, e lo sei anche anche tu”. Dovremmo esserlo tutti, visti i tempi che ci aspettano là fuori.






martedì 15 maggio 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 60: BILLY JOEL (Cold Spring Harbor)

BILLY JOEL   Cold Spring Harbor (CBS, 1971)





Dopo le uscite discografiche con la prima band, The Hassles, dischi che fallirono sotto il profilo delle vendite, Billy Joel e Jon Small formarono, sotto la spinta del nascente Hard Rock, un insolito duo batteria-organo (un Hammond amplificato, distorto e usato come una chitarra elettrica), gli Attila, votato a sonorità dure, a tratti prog ed epiche ben rappresentate da una copertina di cattivo gusto che li vede ritratti in abiti barbarici dentro ad una stanza da macello ed un suono proto- metal che oggi potrebbe pure andare di moda tra le numerose band/duo esistenti. Un unico e disastroso (in termini di vendita) disco (1970) e anche questo progetto naufragò velocemente, mettendo Joel davanti alla dura realtà del music business. Gli rimasero alcune carte da giocare come critico musicale per il magazine Changes e la scrittura di alcuni jingle musicali per pubblicità, che non bastarono però ad evitargli il baratro della depressione che culminò in un tentativo di suicidio, in verità mai accertato con sicurezza, ed il ricovero presso un ospedale psichiatrico per la guarigione. Episodio raccontato con forti dosi di humor, più in là in carriera: "ho bevuto lucido per mobili. Sembrava più saporito della candeggina” rivelò. "Sono una persona molto sensibile e vulnerabile, con una recensione cattiva potete anche distruggermi” e Robert Palmer, celebre critico musicale del New York Times, ci provò anche più avanti distruggendo il suo masterpiece ‘The Stranger’. Non fu che il primo campanello di allarme a testimonianza dei demoni che si porterà dietro per tutta la carriera: dalle droghe, alla burrascosa vita famigliare (tre matrimoni, tre divorzi), i numerosi incidenti stradali (uno in moto per poco gli costò mani, carriera e quasi la vita), alle liti con ex componenti della sua band, fino all’alcolismo che a scadenze regolari ne mina l’esistenza. E’ del 2012 la notizia rivelata in pubblico dall’amico Elton John che ha consigliato a Joel un periodo di rehab per sconfiggere l’alcolismo, oltre che prendere l’ occasione per punzecchiarlo sulla pigrizia nello scrivere canzoni che lo ha colpito negli ultimi vent’anni, “In questo momento Billy mi odia. E capisco il perché. Mi ha mandato un messaggio dicendomi che non era felice. E ho subito capito di cosa si trattava” racconta Elton John.
 Anche il primo album a suo nome ha tutte caratteristiche per scoraggiare sul nascere la carriera di qualsiasi musicista in erba, ma il carattere combattente da ex pugile e la terapia, affrontata e riuscita, questa volta ebbero la meglio. Joel firma un contratto disastroso con la Artie Ripp Family Productions e sforna il suo primo disco COLD SPRING HARBOR (titolo rubato a un quartiere di Long Island a New York), un disco di ballate al pianoforte, prodotto e masterizzato in maniera indecente (a velocità sbagliata) pur contenendo già qualche buona gemma come ‘You Can Make Me Free’, le più famose e longeve nel tempo ‘She’s Got A Way’ e ‘Everybody Loves You Now’ che verranno riprese nel live SONGS IN THE ATTIC del 1981, la strumentale ‘Nocturne’, il picco confessionale toccato con ‘Tomorrow Is Today’, con il suo intermezzo gospel, che si addentra proprio tra le pieghe di quel tentato suicidio. Il contratto firmato da Joel dava tutto in mano a Ripp per i successivi 15 anni e la rescissione gli costò, più avanti in carriera, un bel gruzzoletto. La Columbia quando mise sotto contratto Joel, dovette sobbarcarsi il problema fino all’estinzione del debito con il non pregevole obbligo di stampare il logo Family in tutte le copertine dei dischi successivi. Il debutto passò totalmente inosservato, venendo registrato e rivalutato a carriera affermata nel 1984. “Il mio più grande errore in vita è stato firmare tanti contratti che non sapevo cosa fossero” dirà in seguito.





lunedì 7 maggio 2018

It's Just Another Town Along The Road, tappa 7: FRANK GET (Gray Wolf)





FRANK GET-Gray Wolf (IRD, 2017)


Frank Get, un rocker con la R maiuscola, come ci sta dimostrando da anni, prima con il southern rock blues dei Tex Mex, poi con i Ressel Brothers, naturale prosecuzione di quel progetto, e proprio da TO MILK A DUCK, ultimo disco di questi ultimi, uscito nel 2014, è partito il suo progetto solista che lo ha portato alla registrazione del nuovo album  GRAY WOLF. Se nel precedente ROUGH MAN aveva fatto tutto da solo, questa volta siamo difronte a un lavoro corale, ricco di calde sfumature anche se l'approccio è quello viscerale e sanguigno che ha attraversato i suoi trent'anni e più di carriera. Rimane anche quella innata capacità da songwriter, mai banale ma ricercata e attenta che mi aveva fatto apprezzare il precedente disco con il recupero di vecchie storie e personaggi legati alla sua terra e alla sua famiglia. La stessa cosa succede in queste dodici canzoni: vecchi banditi gravitanti intorno al primo conflitto mondiale, sacerdoti dal grilletto facile vissuti in quella fascinosa e ricca terra di confine (Trieste, l'Istria) fino ad arrivare ai marciapiedi delle nostre città odierne, sempre uno spunto per buone riflessioni.
Musicalmente si spazia dall'assalto southern rock di 'Gray Wolf' con i fiati a sbuffare polvere al boogie contagioso di 'Colarich The Bandit', dalle ballate ('Identity' e 'Homeless' con dobro in evidenza) ai torridi blues  come 'The Outlaw Priest'. Tanta carne al fuoco ma soprattutto tanta strada percorsa e da percorrere ancora, senza barriere e ostacoli: dagli Stati Uniti (dove hanno preso forma un paio di canzoni) all'Europa dove spesso suona, fino alla sua Trieste, città del suo cuore che pompa continuamente sangue ricco e incontaminato di vero blues.






In viaggio con Frank Get

1)I km nel tuo disco. Il viaggio ha influenzato le tue canzoni?
Tanti, anzi tantissimi, alcuni dei pezzi (Homeless ed Identity) che troviamo in questo album li ho scritti durante il tour negli States, e cmq anche gli altri son stati concepiti durante il tour del disco precedente “Rough man”.

2)Tour. Aspetti positivi e negativi del viaggiare per concerti in Italia. Dove torni spesso e volentieri?
A dire il vero l’Italia è l’unico paese in cui faccio difficoltà a far serate,…nei posti dove abbiamo suonato ci tornerei più che volentieri, ma come dicevo, la maggioranza dei concerti li faccio all’estero, quindi dal punto di vista del viaggiare assolutamente non è un problema anzi è uno stimolo! Speriamo di invertire un po’ il trend e riuscire a far qualcosa di più anche in Italia, e magari dalle tue parti!

3)Radici o vagabondaggio. Cosa ha prevalso nella tua vita?
Ho sempre mantenuto il contatto con la mia città natale, infatti nei miei ultimi tre lavori ho raccontato di avvenimenti e personaggi della terra da cui provengo, che è ricchissima di storie, purtroppo a volte dimenticati. Ad ogni modo le più grosse soddisfazioni le ho ottenute suonando e lavorando in giro,negli ultimi 10 anni ho suonato quasi esclusivamente all’estero tra l’Austria, Slovenia, Croazia,Germania,Serbia, Francia, Olanda…e da giovane, negli anni in cui ho fatto anche il tecnico del suono, il girovagare è stato prevalente

 4)Viaggio nel tempo. Passato: per chi o per quale tour avresti voluto aprire come spalla? Futuro: come ti vedi tra vent’anni?
… ce ne sarebbero tanti di tours a cui avrei voluto fare l’open act, se devo scegliere uno direi Bob Seger il tour in cui registrò “Live Bullet”…. Hahahah tra vent’anni, salute permettendo, mi vedo ancora sul palco,se oggi lo fanno i settantenni, viste le migliori aspettative di vita e soprattutto la legge fornero come minimo dovrò attrezzarmi per suonare fino ad ottant’anni….hahahaha

5)La canzone da viaggio che non manca mai durante i tuoi spostamenti.
Non ho una canzone fissa vado a periodi, posso dire che alcuni artisti son più ricorrenti….direi Allman Brothers,Southside Johnny, Steve Earle, Rolling Stones.



It's Just Another Town Along The Roadtappa 1: GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS/HERNANDEZ & SAMPEDRO
tappa 2: LUCA MILANI
tappa 3: PAOLO AMBROSIONI & THE BI-FOLKERS
tappa 4: MATT WALDON

tappa 5: LUCA ROVINI
tappa 6: GUY LITTELL




venerdì 27 aprile 2018

RECENSIONE: CEK FRANCESCHETTI (Blues Tricks)

CEK FRANCESCHETTI   Blues Tricks (2018)




Finalmente ho tra le mani il nuovo disco del Cek (Andrea Franceschetti). Non che avessi bisogno di ulteriori conferme per dire che pochi in Italia indossano così bene gli abiti più sporchi e sdruciti del blues come sa fare lui, con estrema naturalezza e disinvoltura, ma Blues Tricks è un piccolo manuale del genere. Perché il Cek da New Orleans, ops...da Pisogne, Val Camonica, te li insegna anche i trucchi del blues ma non sperare di diventare come lui una volta assimilati, o li hai dentro per natura o sei destinato a rincorrere. E se chiacchierandoci insieme, ai complimenti replica dicendo che è solo “un ladro di galline” o al massimo “il re dei localini” ti dice la verità. Anche se vanta tour negli States. Va solo tutto moltiplicato per mille naturalmente e aggiungere un “migliore” prima. Tra un tris di vecchi blues rivisitati tra cui lo standard ‘44 Blues’ conosciuta nella versione di Howlin’ Wolf, ‘The Soul Of A Man’ di Blind Willie Johnson, ‘Mardi Gras in New Orleans’ di Professor Longhair e un traditional acustico che chiude il disco (‘Trouble In Mind’) piazza un poker di sue composizioni con la National sempre in primo piano (le elettriche ‘Woman in Blues’ e ‘Walk’, la marcia ‘Mountain Preacher’, la sbuffante ‘Snap Back’) tra cui una spettacolare ‘Hell’s Kitchen’ che si inchioda in testa, tra sangue e ruggine, al primo ascolto. Già un piccolo classico.
Dimenticavo la cosa più importante, va assolutamente visto dal vivo nelle sue tante varianti: one man band, in duo con Luk Habbott all’armonica, con la Cek Deluxe Band al gran completo (Pietro Maria Tisi, Mattia Bertolassi, più Carlo Poddighe). Assi di legno che scricchiolano sotto la sua scomposta silhouette che inizialmente potreste pure scambiare per il primo Willy Deville, sudore che cola, chitarre resofoniche, passione che scappa da ogni parte e un blues grezzo come pochi che scorre ora veloce, poi romantico tra le sue dita affusolate.








giovedì 26 aprile 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #59: THE DEL FUEGOS (Boston, Mass.)


The DEL FUEGOS     Boston, Mass. (1985)



Per capire cosa abbiano rappresentato i bostoniani DEL FUEGOS nei pieni anni ottanta potrebbero bastare due episodi, o meglio chiamarli segni di riconoscenza, avvenuti proprio in prossimità dell’uscita del secondo album BOSTON, MASS. nel 1985: un Bruce Springsteen, in quel momento al top delle cronache musicali con lo status di popstar più che rock appiccicato addosso, che tra uno stadio e l’altro, copertine patinate sulle riviste più in voga dell’epoca, li raggiunse in un piccolo club del North Carolina, il Rhinoceros Club, per accompagnarli in un paio di pezzi “era tra il pubblico e gli chiedemmo se volesse salire sul palco. Rispose di sì e suonò con noi ‘Stand By Me’ e Hang On Sloopy’. A fine serata la radio ne parlava. Noi chiamammo in nostri amici a Boston: ‘non credereste mai a quello che ci è successo’ “, e poi c'è Tom Petty che con i suoi Heartbreakers se li portò in tour insieme ai Replacements nel 1986. Dimostrazioni d’affetto o una velata nostalgia delle star verso gli ingenui e ruspanti tempi degli esordi? Sicuramente le due cose insieme. La band dei fratelli Dan (voce e chitarra) e Warren (chitarra) Zanes era la band giusta al momento giusto, con Dave Alvin dei Blasters come padrino e l’etichetta Slash che ci crede, furono capaci nell’unire il passato legato alle radici rock'n'roll, garage e R&B con il presente (senza comunque rincorrerlo) e ricondurre il rock nei luoghi a lui più congeniali: dentro i piccoli club affamati di voce, chitarre, basso e batteria e lungo le strade secondarie dove la vita continuava a scorrere tra mille difficoltà. Il vicolo da fine nottata brava rappresentato nel retro copertina è la fotografia giusta: lampioni, rifiuti abbandonati e la luce di un nuovo giorno dietro l’angolo in fondo. Non furono dei rivoluzionari ma proprio per questo apprezzati. Dei tradizionalisti devoti a ferro e legno quando tutti rincorrevano la plastica colorata degli anni ottanta. Spettinavano i capelli con le chitarre (‘Sound Of Our Town’, ‘Shame’, ‘It’s Alright’ potrebbe essere una bella outtake di The River tanto per rimanere a Springsteen), ruffiani il giusto (‘Don’t Run Wild’ era la prova di squadra perfetta con la batteria di Woody Giessmann e il basso di Tom Lloyd in bella evidenza), ma poi erano in grado di ritagliare le stelle dai cieli della notte con affreschi notturni bagnati da hammond, soul e romanticismo (‘I Still Want You’,’Fade To Blue’,’Coupe DeVille’) o lasciare impronte indelebili sul terreno umido caro ai migliori Stones, e ‘Night On The Town’ è lì da ricordare insieme all’esigua manciata di dischi incisi lungo il percorso della carriera.



venerdì 20 aprile 2018

RECENSIONE: JOHN PRINE (The Tree Of Forgiveness)

JOHN PRINE  The Tree Of Forgiveness (Oh Boy Records, 2018)



La foto di copertina dice quasi tutto del suo autore: la faccia fortemente segnata di JOHN PRINE non nasconde nulla ma rivela impietosa anni di dure battaglie vinte contro la malattia (prima nel 1998 poi nel 2013) e una carriera, sì lontana dalle prime pagine, ma piena di attestati di stima (Bob Dylan può bastare?) e riconoscimenti. Con THE TREE OF FORGIVENESS ritorna dopo una lunga pausa di tredici anni, anche se l’anno scorso uscì For better Or Worse, un disco di nuovi duetti ma di vecchie canzoni, dimostrando quanto la sua fine e preziosa penna cantautorale sia sempre stata parsimoniosa ma segnante per il cantautorato americano degli ultimi quarant’anni. Non fa difetto questo disco che raccoglie per strada un paio di vecchi brani che riposavano nel cassetto (‘God Only Knows’ fu scritta insieme a Phil Spector), alcuni ospiti (Jason Isbell alla chitarra in ‘No Ordinary Blue’, le voci di Brandi Carlile e Amanda Shires) e alcune nuove collaborazioni che hanno dato freschi frutti in tempi recenti: l’incontro con Dan Auerbach ha generato buone canzoni, prima nell’ultimo disco solista di Auerbach, poi nel disco di Robert Finley e ora c’è una solitaria e splendida ‘Caravan Of Fools’ qui presente. Prine si è rifugiato a Nashville tra una stanza di Hotel, le strade e lo studio di registrazione RCA Studio A, ha messo giù dieci canzoni per un totale di soli trentadue minuti, proprio come si faceva una volta.
Il tocco semplice e pulito di Dave Cobb in produzione non snatura il classico country folk di tutta la carriera, giocato sulla voce sempre più roca ma caratteristica e su testi che continuano a camminare in scioltezza sui vecchi marciapiedi della quotidianità (‘Knockin’ On Your Screen Door’), dei luoghi ormai conosciuti ( ‘Egg & Daughter Nite, Lincoln Nebraska, 1967 (Crazy Bone’) ), con l’immutata ironia di sempre che a volte irrompe tra le pieghe malinconiche e nostalgiche più massicce(la crepuscolare 'Boundless Love'), senza tralasciare qualche affondo nel sociale (‘The Lonesome Friends Of Science’ con un bel B3 a condurre il gioco) e calzanti metafore sulla vecchiaia (‘Summer’s End’, 'When I Get To Heaven') cantate quasi sottovoce, per non disturbare troppo chi gli ha concesso di arrivare fino a qui da protagonista. A suo modo.



lunedì 16 aprile 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 58 : GRINDERSWITCH (Honest To Goodness)

THE GRINDERSWITCH   Honest To Goodness (Capricorn, 1974)





Non ci fossero i caratteri grafici del titolo e del nome della band, la copertina potrebbe essere scambiata per una vecchia foto dei primi 900 che ritrae degli operai, brutti, sporchi e poco raccomandabili, in posa tra le rotaie di una vecchia linea ferroviaria e con un cotonificio in disuso sullo sfondo, dalle parti di Macon. Basterebbe per riassumere bene la carriera dei GRINDERSWITCH (già sono simpatici per questo), band da seconda linea del southern rock dei settanta, poco fortunata in termini di successo ma una delle più vere e ruspanti. Ma l’aspetto non inganni troppo: tanto selvaggi quanto leggeri in certe pennellate soul blues come quelle che dipingono i sei minuti della ballata ‘Homebound’, i tratteggi country dalle buone armonie vocali di ‘How The West Won’ che vede Jaimoe (Allman Brothers Band) alle percussioni e il New Orleans sound di ‘Peach County Jamboree’. Questo debutto per la Capricorn arrivò dopo dieci mesi trascorsi in una fattoria della Georgia a scrivere canzoni che hanno nell’apertura ‘Kiss The Blues Goodbye’ il motore del disco con la preziosa chitarra di Dickey Betts (Allman Brothers Band) ospite, a cui vanno dietro la più ruspante ‘Catch The Train’, il boogie con il piano alla Fats Domino di ‘Can't Keep A Good Man Down’ e una ‘Roll On Gambler’ che si distende nel country, portando nel cuore un disco come BROTHERS AND SISTERS degli Allman Brothers che cambiò radicalmente il corso del southern rock in quei mesi. Il loro è un southern rock caldo e bluesy, trainato dagli ispirati fraseggi chitarristici di Larry Howard e del cantante dalla voce soul Dru Lombar (scomparso nel 2005), da un pianoforte honky tonk spesso presente suonato dalll’ospite Paul Hornsby. Completano la formazione il bassista Joe Dan Petty, ex roadie degli Allman Brothers Band e fondatore del gruppo (scomparso nel 2000) e il batterista Rick Burnett. Dopo questo debutto arrivarono i buoni MACON TRACKS (1975) e REDWING (1977), ed i Grinderswitch ebbero modo di seguire in tour band più famose quali gli amici Allman Brothers, la Marshall Tucker Band, Charlie Daniels, i Wet Willie e i Lynyrd Skynrd, ma nonostante tutto rimanere sempre un passo indietro in fatto di popolarità. Non avere mai avuto un singolo di successo pesò molto.





lunedì 9 aprile 2018

RECENSIONE: BLACKBERRY SMOKE (Find A Light)


BLACKBERRY SMOKE  Find A Light (3 Legged Records, 2018)
 


 

“Riporteranno il southern rock sulla giusta strada”. Così Gregg Allman (ospite nel precedente disco) augurò un buon futuro alla band di Charlie Starr e ora che il vecchio Gregg non c’è più le parole sembrano ancora più pesanti, quasi da ingombrante passaggio di consegne. Ma la band di Atlanta non si lascia certo intimorire e chi ha assistito ad almeno un loro ...concerto lo sa benissimo. L’anno scorso al Fabrique di Milano dimostrarono quanto la strada e i tour siano il loro pane quotidiano, a loro agio quando l’occasione richiede di estendere le canzoni come nella migliore tradizione southern. Uno dei concerti più divertenti a cui ho assistito l’anno passato. (Quest’anno torneranno in autunno). FIND A LIGHT ha i pregi e i difetti di tutti i dischi incisi fino ad ora dimostrando sì un buon lavoro di squadra ma anche quanto tutto ruoti intorno all’unico fuoriclasse della band: Charlie Starr (voce e chitarra), accompagnato da ottimi comprimari (Paul Jackson, chitarra e voce, Richard Turner, basso e voce, Brit Turner, batteria e Brandon Still, tastiere) ma non dei fuoriclasse da prima pagina.
Mancano altre figure dalla forte personalità che possano generare quella sana rivalità interna che ha sempre fatto tanto bene all’ispirazione di altre band, facendo scattare quella fiamma che bruciando lasci il segno indelebile. Rimanendo da quelle parti, in tempi recenti, come non citare i Black Crowes dei fratelli Robinson. FIND A LIGHT racimola e sparge in giro tutte le anime che abitano le loro canzoni, anche se a disco terminato sembra aver prevalso l’aspetto più quieto e bucolico ben rappresentato dalle pieghe acustiche di ‘I’ve Hot This Song’ impreziosita da un violino, di ‘Seems So Far’, la coralità alla Crosby, Stills & Nash della finale ‘Mother Mountain’ che vede come ospiti i Wood Brothers, la più radiofonica ‘Let Me Down Easy’ in duetto con Amanda Shires.
Ma anche nel versante rock del disco c'è comunque da divertirsi: dall’iniziale ‘Flesh And Bone’, un blues pestone che raggiunge piano piano la piena coralità, le trascinanti e avvolgenti chitarre rock di ‘The Crooked Kind’ e ‘Nobody Gives A Damn’, il veloce boogie dal finale gospel ‘I’ll Keep Ramblin’ con l’ospite Robert Randolph, i tipici temi Southern come ‘Lord Strike Me Dead’, 'Best Seat In The House’ (con Keith Nelson dei Buckcherry ospite), con una speciale menzione per l’epica ‘Till The Wheels Fall Off’ che pare un antico residuo dei seventies. Lontano dal ruspante The WHIPPOORWHIL che rimane ancora il loro miglior disco ma pur sempre vicino ad un modo di fare musica legato alla vecchia e calda tradizione degli stati del Sud.




BLACKBERRY SMOKE live@Fabrique, Milano, 11 Marzo 2017

 

martedì 3 aprile 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 57: BOB DYLAN (Infidels)

BOB DYLAN   Infidels (Columbia Records, 1983)




“’Jokerman’ mi è sfuggita di mano. Molte canzoni di INFIDELS mi sono sfuggite di mano. E’ andata così” Bob Dylan taglia corto e sembra bocciare senza appello quello che spesso viene ricordato per essere il ritorno alla laicità dopo i tre dischi della svolta religiosa. INFIDELS in verità continuò ad essere pieno di citazioni religiose (su tutte l’iniziale ‘Jokerman’-a chi si riferiva?-e ‘Man Of Peace’) ma bastarono un poker di canzoni fortemente radicate nelle strade polverose del presente per far tirare un sospiro di sollievo a molti fan e decretare INFIDELS come il miglior album da molti anni. In verità a Dylan sfuggirono le migliori canzoni registrate in quel periodo, lasciate inspiegabilmente fuori.Videro la luce ufficialmente solo anni dopo con la prima uscita delle BOOTLEG SERIES: la fila è guidata da ‘Blind Willie McTell’ (uno dei vertici dylaniani del periodo, in grado di rivaleggiare ad armi pari con tutti i classici), seguono ‘Tell Me’, ‘Lord Protect My Child’, ‘Foot Of Pride’. Altre come ‘Death Is No The End’ e ‘Clean Cut Kids’ verranno recuperate in album successivi. Rimangono solo le otto tracce scelte da un Dylan che con un colpo di spazzola maldestro sembrò rovinare il buon lavoro fatto dal produttore scelto da lui stesso: Mark Knopfler (la prima scelta fu addirittura Frank Zappa). Una collaborazione nata per SLOW TRAIN COMING e che qui poteva raggiungere alti vertici se solo Dylan non si fosse intrufolato in studio di registrazione, aproffitando dell’assenza di Knopfler-ai tempi sì ai vertici con i Dire Straits- mettendo mani ai pezzi già pronti con alcune sovraincisioni.
“Avevamo preparato le basi musicali e cantato i brani perlopiù dal vivo. Solo in un secondo tempo, quando avevamo preparato parecchio materiale, lo avevamo reinciso…Volevo che fosse un lavoro più completo, qualcosa che non mi ero mai ripromesso per gli altri album… Gli Eagles, per esempio, facevano delle belle canzoni, ma ogni loro nota era prevedibile: con INFIDELS stavo cominciando a provare una sensazione simile, e non mi piaceva affatto, così avevamo deciso di rifare le parti vocali…”.
© Lynn Goldsmith 1983
Il risultato fu comunque eccellente (a parte la rottura con Knopfler) grazie a un suono rock blues incisivo, pulito e contemporaneo, merito di una band che vedeva come sezione ritmica il duo giamaicano formato da Sly Dumbar e Robbie Shakespeare, Mark Knopfler e l’ex stones Mick Taylor alle chitarre e Alan Clark dei Dire Straits alle tastiere. Accanto alle prese di posizioni politiche del country rock’n’roll tra economia e globalizzazione di ‘Union Sundown’, del rock blues pro Istraele di ‘Neighborhood Bully’, della ballata pacifista e umanamente disfattista di ‘Licensed To Kill’ (Dylan è chiaro nel ritenere il primo passo sulla luna come il primo passo dell’umanità verso l’autodistruzione) compaiono un paio di composizioni abbastanza atipiche e dal sapore caraibico come la lunga apertura ‘Jokerman’ che grazie al video fece la sua comparsa su MTV e l’introspettiva ‘I And I’, uno dei migliori testi del disco (“I And I’ è una delle canzoni caraibiche. Ho passato un anno giù ai Caraibi e ne è venuta fuori una serie di canzoni tra cui questa”). A chiudere la quiete di ‘Don’t Fall Apart On Me Tonight’ (che fa il paio con ‘Sweetheart Like You’) con un Dylan ispiratissimo alla voce in un testo personale che si divide tra amore e fede. Il faccione di Dylan ritorna a campeggiare in copertina, cosa che non succedeva da molto ma forse è la foto interna, scattata dalla ex moglie Sara, la più significativa per azzardare un “è tornato il Dylan che conosciamo!”: Bob Dyaln inginocchiato sulla sommità di una collina, il panorama della città di Gerusalemme al tramonto sullo sfondo.


© Lynn Goldsmith 1983


martedì 27 marzo 2018

RECENSIONE: MONSTER MAGNET (Mindfucker)

MONSTER MAGNET    Mindfucker   (Napalm Records, 2018)





Esplorato l’intero universo con lo space rock, pesante e stonato dei primi dischi, prima o poi era inevitabile la ricaduta sulla terra (avvenuta all’incirca con POWERTRIP, anno 1998 ), abbracciando con fervore il groove hard rock'n'roll con alti e bassi, dettati dell'umore del leader Dave Wyndorf, a sua volta dettato dagli agenti esterni più pericolosi per uomo . Oggi in ottima salute direi. Anche se qualche stella lontana riescono ancora ad acciuffarla (la lunga e acida ‘Drowning’, ‘All Day Midnight’), MINDFUCKER ha i piedi ben piantati al suolo del loro New Jersey e ampie zone limitrofe: ‘Ejection’ (sotto il video) e ‘Want Some’ potrebbero essere il parto tra Iggy Pop e Josh Homme se il loro matrimonio non fosse stato troppo fighetto ma avesse messo in gioco l’istinto più garage (siamo dalla parte degli Stooges) e selvaggio dei due. ‘I’m God’ è tutta lì in quel titolo quasi autobiografico di un’intera carriera, arrivata quasi al trentennale. L’iniziale triade (‘Rocket Freak’, ‘Soul’,’Mindfucker’) e la fine (‘When The Hammer Comes Down’) sono pure mazzate hard rock, le prime dirette, dall’istinto garage e psichedeliche il giusto, la seconda figlia cadenzata dello stoner dei novanta, campo da loro conosciuto e arato. E poi c'è ‘Brainwashed’ che fa storia a sé von il tiro e l’epicità da classico degli anni settanta, e la butto lì: un Nick Cave con baffi a manubrio (Grinderman) che prende il posto di Paul Di'Anno nei primissimi Iron Maiden figli diretti del punk. Pollice su. Un grande ritorno.





lunedì 26 marzo 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 56: BOB DYLAN (Planet Waves)

BOB DYLAN   Planet Waves   (1974)





Recentemente, ascoltando Southern Blood ,l’epitaffio di Gregg Allman, mi sono imbattuto ancora una volta in ‘Going Going Gone’, stupenda, oscura e sempre sottovalutata canzone di un album dalla copertina enigmatica quasi alla Picasso, dominato da tre misteriose figure in bianco e nero, due simboli ben chiari e quelle due scritte a margine “Moonglow” e “Cast-iron songs & torch ballads” che creano confusione sulla vera identità del titolo e che vorrebbero fare da introduzione a un disco che indicò, ancora timidamente ma più marcatamente rispetto al precedente NEW MORNING, la strada musicale del nuovo decennio. PLANET WAVES è il disco delle prime volte e dei grandi ritorni: il primo e unico disco ufficiale lavorato e registrato interamente insieme a The Band in studio di registrazione, il primo e unico disco che non uscì per la Columbia (l’etichetta si vendicò stampando gli scarti del periodo), il primo disco di Dylan a finire al primo posto in classifica dove rimase per quattro settimane trainato anche dalla pubblicità della nuova etichetta Asylum di David Geffen, anche se alla fine tutto durò poco e non in modo così entusiasmante come sperato in partenza. Fu anche il primo disco registrato in un luogo che non fu New York né Nashville, fu il disco che riportò Dylan in tour, il tour che Geffen vendette come “il più grande evento nella storia dello show business” (40 date in 25 città) cosa che non succedeva dal lontano 1966 e il tutto verrà impresso nell’album live BEFORE THE FLOOD. Il primo album live ufficiale di Dylan. Robbie Robertson: “Quando suonavamo dal vivo, la musica diventava dinamica, violenta ed esplosiva. Quando suonavamo in studio invece…”
Un tour che, conti alla mano, fece più successo del disco in promozione, che ironia della sorta finì pure per uscire a tour già iniziato.
Fu il disco che per molti sancì il vero ritorno di Dylan.
© Barry Feinstein, 1974
Registrato in poco più di una settimana e in tre sedute di registrazione nel Novembre del 1973, PLANET WEAVES prese forma a Los Angeles anche se molte canzoni vennero scritte a New York. L’idea originale racconta di un primo abbozzo di album che sarebbe dovuto uscire con il titolo Ceremonies Of The Horsemen. “Era impressionante produrre qualcosa di così potente in così poco tempo” disse il co produttore e ingegnere del suono Rob Fraboni. Nato dalla scintilla che scaturì tra Robbie Robertson e Bob Dylan che si ritrovarono quasi per caso a oziare a Malibu (ci fu lo zampino del furbo Geffen), a risentirne o beneficiarne (punti di vista) è l’umore generale che veleggia sulle canzoni: un senso di rilassatezza che fa convivere la semplice quotidianità che caratterizzò il periodo post incidente a Nashville (l’apertura ‘On A Night Like This’) con l’oscurità e il presagio di qualcosa che non stava andando per il verso giusto; ecco l’amore vissuto in modo contrastante (il folk di ‘Weeding Song’ dedicata indubbiamente a Sara scritta da Dylan in un batter d’occhio e che andò a sostituire la già pronta 'Nobody 'Cept You' poi comparsa sulle Bootleg series) con l’autobiografica, amara e dura analisi di se stesso: ‘Dirge’, voce e pianoforte è forse il capolavoro nascosto, una canzone dura, cruda e cinica come solo può essere una canzone che attacca con la frase “mi odio perché ti ho amato e per la debolezza dimostrata” e “sono felice che il sipario sia calato”, “ma sopravvivrò ” è il finale. E non sai mai quando inizia l’amore e quando il rimpianto: in ‘Something There Is About You’ si parla di amore, di morte e della sua vecchia Duluth. Non tutto è ancora bene a fuoco e la travagliata vita di un brano come ‘Forever Young’, il più famoso del disco che diventerà un classico del suo repertorio, quasi inno (suo malgrado), canzone che Dylan scrisse a Tucson e che dedicò a uno dei suoi figli (Jakob?), è l’esempio più significativo: gli girava in testa da cinque anni e dopo aver addirittura pensato di escluderla una volta scritta, sotto l’insistenza del co produttore Rob Fraboni ne inserirà addirittura due versioni, una per lato. Una annulla l’altra o inspessiamo il concetto? Una terza, in solitaria, si materializzerà su Biograph. Un disco nato in fretta che rincorre il poco tempo. Per questo rimane sempre affascinante, e nonostante sia stato registrato in California, nella mia testa è sempre stato avvolto in una strana foschia novembrina che galleggia intorno a foglie secche, fuochi accesi e il rassicurante, caldo suono della Band che accompagna lì dietro. Se non è autunno questo? Oggi è primavera!

© Neal Preston, 1976


 

martedì 20 marzo 2018

It's Just Another Town Along The Road, tappa 6: GUY LITTELL (One Of Those Fine Days)


GUY LITTELL   One Of Those Fine Days (AR Recordings, 2017)

Ho conosciuto Gaetano Di Sarno (in arte Guy Littell) in occasione dell'uscita di LATER, album del 2011. Sono passati sei anni, nel frattempo è uscito l'album WHIPPING THE DEVIL BACK (2014) e finalmente quest'anno l'ho incontrato di persona al concerto di Ryan Adams a Gardone, eravamo pure seduti vicini. Già, Ryan Adams, uno dei suoi punti fermi musicali. Durante una vecchia intervista fatta per Impatto Sonoro a ridosso dell'album Later, gli chiesi se avesse qualche sogno nel cassetto. Mi rispose: "il mio sogno nel cassetto è quello di continuare quello che sto facendo, di suonare il più possibile e incidere dischi, non chiedo altro...". Bene, credo che quel modesto sogno si sia avverato: sta continuando a fare quello che più gli piace, suona ed ha inciso un altro bel disco, andando oltre il sogno, perché ONE OF THOSE DAYS, presentato dalla bella grafica di copertina credo sia un grande passo in avanti, un disco che mette sempre in mostra la peculiarità della sua scrittura che si nutre di forti contrasti ma questa volta sembra funzionare molto meglio che nel recente passato. Se da una parte troviamo canzoni con le chitarre a dominare l’urgenza della bella ‘New Records And Clothes’, di ‘Song From A Dream’, di una ‘Love It’ che sembra penetrare lo spettro sonoro più articolato dei REM o di 'Cheating Morning' che mette bene in fila i suoi gusti musicali dichiarati: c'è il Neil Young più rock, quello accompagnato dai Crazy Horse, ci sono le chitarre elettriche degli amati Dream Syndicate di Steve Wynn del quale ricordiamo la prestigiosa partecipazione nel precedente disco. Dall’altra parte, quella acustica e sensibile, intimista, dominata dalla luce e dalle ombre con queste ultime a prevalere, troviamo l’apparente leggerezza di ‘Better For Me’, ‘Twenty Six’, ‘Don't Hide’ e ’Old Soul’ con la chitarra ospite di Kevin Salem. Il disco, uscito solo pochi giorni fa (14 Dicembre) ha la sua forza nella variabile track list che alterna le montagne elettriche con le pianure acustiche: scaletta in grado di accontentare qualsiasi buon ascoltatore di classic rock.


Foto: Pasquale D'Orsi



In viaggio con Guy Littell
 
1)I km nel tuo disco. Il viaggio ha influenzato le tue canzoni?
Viaggi immaginari soprattutto. Mi viene in mente 'Small American Town' dal mio album LATER del 2011. Non sono mai stato negli Stati Uniti ma ho guardato molti film e letto molti libri e ho sviluppato una mia idea che mi ha ispirato a scrivere quel brano, in cui la piccola città americana rappresenta uno stato d'animo preciso.
 
2)Tour. Aspetti positivi e negativi del viaggiare per concerti in Italia. Dove torni spesso e volentieri?
Di positivo c'è sempre il bello del viaggiare e suonare. Quello non cambierà mai. L'aspetto negativo è che può capitare la serata dove il pubblico non sia particolarmente attento e non vorresti ritrovarti a chiedere di fare silenzio. Ti accorgi quindi che la location non è adatta, non è colpa del pubblico se il locale ha deciso solo da un paio di giorni di fare serate di un certo tipo. Se il pubblico non è stato 'educato' a certe atmosfere è difficile fargli prestare attenzione, fargli smettere di conversare da un giorno all'altro. Quindi sarebbe bello avere più locali che propongono con assiduità certa musica. Se invece sei con band è diverso, la comunicazione di solito funziona meglio, almeno questa è la mia percezione. Mi sono sempre trovato bene al Mamamu, locale storico di Napoli, spero di suonarci presto con i ragazzi.

 
3)Radici o vagabondaggio. Cosa ha prevalso nella tua vita?
Radici, anche se ascoltando la mia musica non si direbbe. Però ho sempre amato il concetto di vagabondaggio e credo di vagabondare molto, anche nel percorso di 20 minuti che faccio a piedi dal centro di Torre del Greco fino a casa, in alcune sere.
 
4)Viaggio nel tempo. Passato: per chi o per quale tour avresti voluto aprire come spalla? Futuro: come ti vedi tra vent’anni?
Beh sicuramente mi sarebbe piaciuto aprire per Neil Young e Replacements/Paul Westerberg o Afghan Whigs o Ryan Adams, di nessun tour in particolare, ma e' qualcosa che mi piacerebbe ancora fare, nel presente.Tra vent' anni? Non ne ho la minima idea, spero però di essere sempre in buona salute, innanzitutto.
 
5)La canzone da viaggio che non manca mai durante i tuoi spostamenti.
 
 

giovedì 15 marzo 2018

RECENSIONE: NATHANIEL RATELIFF & THE NIGHT SWEATS (Tearing At The Seams)

NATHANIEL RATELIFF & THE NIGHT SWEATS  Tearing At The Seams  (Stax Records, 2018)





cuore, attributi e cervello

Nella vita si cambia per non morire. Nathaniel Rateliff era destinato a soccombere sotto un canonico suono folk rock inflazionatissimo, quello su cui erano costruiti i suoi primi tre dischi solisti. Tutto questo fino all’incontro con una masnada di sette brutti ceffi (i Night Sweats) che, a suon di ipervitaminico R&B e southern soul con una sezione fiati che fa la differenza, hanno estrapolato il suo vero punto di forza: una voce baritonale che ama mettersi in competizione con quella dei migliori esponenti del genere. Anche se la partita è dura fin dalla partenza, Rateliff sa scrivere canzoni, esaltare e far muovere le gambe: il crescendo di ‘S.O.B.’ (sì, proprio Son Of A Bitch) è sconsigliato con un volante tra le mani. Ho già provato io per voi. Prendete un po’ di Otis Redding , Wilson Pickett e di Sam Cooke, mischiatelo ad un’attitudine garage rock da band del sud e avrete le vivaci, arrembanti e genuine canzoni di questo nuovo inizio. La rinata Stax, infine, ci mette il sigillo di qualità. Poi, a meno di un anno dall’uscita, ecco l’appendice A LITTLE SOMETHONG MORE FROM… . Come le copertine vogliono dimostrare: dopo il cuore, ecco serviti gli attributi. Ma, in verità, poco cambia e l’EP di otto canzoni, trainato dal singolo ‘Out On The weekend’ e da una versione live di ‘Wasted Time’ registrata allo Stax Museum Of American Soul Music (dove altrimenti?), è la riconferma del nuovo, ora già collaudato, talento che cerca di battere il chiodo finché caldo. E il chiodo penetra con gran piacere… 2018, dopo il cuore e gli attributi, giustamente, ecco il cervello. Anche se sostanzialmente non cambia nulla, TEARING AT THE SEAMS è però il disco della maturità, e si sente, il più personale a livello di testi “quando mi sono seduto a scrivere canzoni, sapevo quello che stavo scrivendo e la mia fissa era ‘quanto onesto ho intenzione d’essere’?” e pure musicalmente, perché qui non c'è un’altra ‘SOB’ a trascinare ma semplicemente dodici canzoni (14 nella deluxe edition) che partono tutte dallo stesso scalino, costruite con grande classe e perizia sia quando Rateliff gioca a fare Otis Redding (il micidiale groove di ‘Intro’, ‘Coolin Out’) sia quando ripercorre gli ultimi quarant’anni di musica americana inseguendo gli imprendibili The Band (‘Hey Mama’, ‘Say It Louder’) e Paul Simon con una ‘Still Out There Running’ che ricorda il genio di uno dei più grandi autori americani di sempre. Rallenta la velocità rispetto ai precedenti lavori ma la notturna soul ballad ‘Babe I Know’ conquista al primo ascolto come la più scatenata delle canzoni potrebbe fare. Pure se esce leggermente dal recinto che si è costruito con le più moderne ‘Shoe Boot’ che apre il disco e con il singolo ‘You Worry Me’, in grado di giocarsi le sue astute carte nelle charts odierne, tutto gira che è un piacere.







lunedì 12 marzo 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 55: CHRIS WHITLEY (Living With The Law)

CHRIS WHITLEY    Living With The Law  (1991)




Quando uscì questo debutto, la rivista Rolling Stone, ma un po’ tutta la critica musicale, non si risparmiò in elogi e lo premiò, tanto da dichiararlo la migliore opera prima dell’anno 1991. Whitley riuscì pure, grazie all’etichetta Columbia (che però lo scaricò al terzo disco) e al suo scopritore Daniel Lanois, a girare in tour con pezzi grossi come Bob Dylan e Tom Petty, ma era scritto nel destino che il suo futuro non potesse convivere con un certo star system già avviato e ben oliato: anima selvaggia, troppo tormentata e testarda per affrontare un eventuale successo che comunque mai avvicinò (suicida la scelta di uscire con il seguito, DIN OF ECSTASY, a ben quattro anni di distanza), nonostante canzoni come ‘Kick The Stone’ contenuta qui e nella colonna sonora del film campione d’incassi Thelma & Louise e il buon potenziale di ‘Big Sky Country’ avessero tutte le carte in regola per vincere più mani. Insomma, c’era tutto quello che un artista al debutto avrebbe sognato. L’infanzia da vagabondo seguendo i continui pellegrinaggi dei genitori (nato a Houston, si trasferì a Dallas, Connecticut, Mexico, Vermont) e i tormentati rapporti con il padre dopo il divorzio dei genitori furono i primi ostacoli di una vita vissuta sempre sull’orlo del precipizio, a cui si aggiunsero in seguito la continua ricerca di una stabilità esistenziale (da New York finì in Belgio, fino al ritorno in patria), il fallimento del matrimonio da cui nacque la figlia Trixie (che seguì le orme del padre, debuttando nel mondo discografico nel 2013), l’alcolismo che lo accompagnò fino alla precoce morte in totale solitudine a soli 45 anni per un male incurabile ai polmoni. Nonostante abbia sempre dichiarato di non amare il modo troppo pulito con cui furono registrate queste dodici canzoni prodotte da Malcolm Burn-l’album fu registrato nello studio casalingo di Lanois a New Orleans-LIVING WITH LAW rimane uno dei più importanti start di carriera degli anni novanta: la National steel guitar in bella evidenza, la voce calda e sanguinante era a proprio agio sia nei momenti più elettrici (‘Dust Radio’, ‘Bordertown’) che nei momenti acustici (‘Make The Dirt Stick’) e desertici. In seguito Whitley riuscì anche a raggiungere quella perfezione musicale che stava inseguendo, fatta di tanti spigoli, blues scarnificato fino all’osso, sperimentalismi (difficile inquadrarlo) ma sempre lontano dal grande pubblico e da un mondo che non lo metteva a proprio agio. Mai. Una parte della sua vena poetica pompata direttamente da un cuore sempre debole ma caldo come pochi, è cicatrizzata nei solchi di questo disco. A lui, però, non fatelo sapere.






sabato 3 marzo 2018

RECENSIONE: JONATHAN WILSON (Rare Birds)

JONATHAN WILSON   Rare Birds (Bella Union Records, 2018)




La musica come guarigione

Non si presenta benissimo agli occhi RARE BIRDS, il nuovo disco di JONATHAN WILSON: la copertina è assai brutta e non sembra promettere nulla di buono! Ma dura poco: il tempo di uno sguardo, perché tutto il grosso è racchiuso nei settantotto ispirati minuti del disco (doppio in vinile) e c’è bisogno delle orecchie bene aperte per andare avanti, nonostante il nostro abbia creato un libretto assai ricco da sfogliare con tanto di testi e disegnini creati dalla sua fervida mente. Bisogna prendersi un po’ di tempo per cercare di seguire la magniloquente visione musicale di Wilson che ondivaga dentro la musica generando un complesso ma liquido e spesso soffice vortice che ingloba sia le recenti e segnanti collaborazioni con Roger Waters (le pinkfloydiane ‘Me’ e ‘Sunset Blvd.’ dove vengono citati pure i Creedence Clearwater Revival), e Father John Misty, ospite in ’49 Haiflips’, quanto un inaspettato salto indietro o in avanti, dipende dai punti di visti, negli anni ottanta musicali, gli stessi amati dai War On Drugs, con ‘Over The Midnight’ (“un immaginario luogo sacro per gli amanti”), il primo singolo che vede la massiccia presenza di synth e drum machine. (Qualcuno non gradirà).
Meno Laurel Canyon quindi-lui stesso ha dichiarato di essere stufo del continuo paragone con CSN&Y seppur li ami follemente e la title track ha il passo chitarristico di Neil Young-più viaggi di guarigione e riconciliazione nei grandi spazi della mente generati da una recente rottura amorosa ("c'è un giardino nella distesa della tua mente" canta in 'There's A Light') e negli anni ottanta musicali di Peter Gabriel, Kate Bush, Arthur Russell e Mark Hollis ma pure inseguendo i Beatles psichedelici di Sgt Peppers nel crescendo di archi in  'Miriam Montague'.
“Penso che abbiamo bisogno di viaggiare nel suono per raggiungere la speranza e la positività” dice. Liquidità espressiva ben impressa in una canzone come ‘Loving You’ con i vocalizzi ambient new age di Laraaji e di Lana Del Rey (ospite anche in 'Living With Myself' ). Certamente il lavoro più personale e ambizioso fino a qui. E chi lo aveva amato per quei suoni californiani che riportavano direttamente alla stagione d’oro della west coast psichedelica (sprazzi ariosi e pop in  'There's A Light' e di country cosmico in ‘Hi-Ho The Righteous' con la pedal steel di Greig Leisz) dovrà in parte ricredersi e provare a seguirlo in questo nuovo lungo e altrettanto non facile viaggio che parte con una sostenuta camminata per 'Trafalgar Square' e si conclude con il quieto pianoforte di ‘Mulholland Drive’ dalle parti di Bel Air e Topanga Creek. Artista a tutto tondo, produttore e, ora come ora, uno dei pochi ponti lisergici e credibili tra passato e presente, USA e UK, tra rock e sogno. Tanto sogno. Lo avevo già scritto. Qui Wilson lo conferma in modo diverso ma lo conferma.

 
 
 



lunedì 26 febbraio 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #54: LYNYRD SKYNYRD (1991, The Last Rebel)


 LYNYRD SKYNYRD   1991




Tour americano del 1991, i Lynyrd Skynyrd decidono di aprirlo a Baton Rouge in Louisiana. Non è un posto qualunque ma la città verso cui era diretto quel maledetto aereo nel 1977. Non ci arrivò mai come sappiamo. Chi possiede ancora il vecchio biglietto di quel concerto mai suonato, potrà entrare gratis. C'è da portare in giro un disco importante, il primo registrato dalla band dopo quattordici anni: 1991 è il titolo, l’anno della rinascita. Anche se per ragioni legali Lynyrd Skynyrd 1991 sarà il nuovo nome della band per un breve periodo.
Ci sono i superstiti Gary Rossington (chitarra), Billy Powell (tastiere), Leon Wilkeson (basso), Artimus Pyle (batteria), Ed King (chitarra) e poi i nuovi Johnny Van Zant, fratello di Ronnie Van Zant alla voce, Custer alla batteria che presto sostituirà del tutto Pyle e Randall Hall alle chitarre. Tre chitarre tre come ai vecchi tempi. Dopo il trionfale tour tributo del 1987 documentato in Southern By The Grace Of God (1988), i tempi sono buoni per rimettere in moto la leggenda e farla restare tale ancora per un po’. “Abbiamo cominciato, ci siamo divertiti, siamo stati soddisfatti del risultato ed abbiamo rimesso in piedi la band”, racconta Van Zandt in un'intervista dell'epoca. Johnny Van Zandt prima di prendere l’importante decisione di entrare nella band vuole essere sicuro che tutta la famiglia approvi l’idea. Naturalmente sarà un' unanime sì e non ci sarà nessun pentimento per una storia che continua ancora oggi, tra alti, bassi e tante perdite.



“C'è forse un po’ meno rabbia, ma c'è anche molta meno droga in giro. Johnny è bravo quanto Ronnie nello scrivere testi con una storia interessante. In quello non è cambiato nulla”, così Gary Rossington. 1991 è un disco onesto che non aggiunge nulla alla storia già scritta ma presenta una band ancora viva e vogliosa di lasciare un segno: sia negli episodi più rock e incisivi (‘Smokestack Lightning’, ‘Keeping The Faith’, ‘Southern Women’,’I’ve Seen Enough’) che nelle ballate (‘Pure & Simple’,’Mama, Afraid To Say Goodbye’,’End The Road’ con una citazione di Freebird nel testo) che pur non arrivando a toccare i vertici emotivi del passato, lo tributano nel migliore dei modi. Un ritorno per restare e il successore THE LAST REBEL sarà pure superiore.



LYNYRD SKYNYRD  The Last Rebel  (1993)





 Se trovare i cinque stelle tra la discografia dei ‘70 è estremamente facile e appagante, farlo con i dischi della reunion post sciagura è assai più complicato o più semplicemente non ci sono. Si gioca di mestiere, a volte bene, a volte troppo anche se con l’ immutata onestà di sempre. L’unico, il mio preferito, che potrebbe avvicinarsi ai settanta è THE LAST REBEL, secondo disco con Johnny Van Zant alla voce. Continuità con il passato garantita da una formazione ancora legata a quella storica anche se un paio di anni dopo si sgretolerà completamente: Gary Rossington (rimarrà, negli anni, l’unico sempre presente), Ed King, Leon Wilkeson e Billy Powell sono ancora della partita.

Si sente. Canzoni inaspettatamente ricche di soul, assicurato dalla sezione fiati diretta da Jim Horn (’Good Lovin’s Hard To Find’, ’Best Things In Life’ firmata anche da Tom Keifer dei Cinderella) e qualche buon brano carico di antica epicità e vecchio orgoglio sudista (anche se spesso discutibile) come ‘The Last Rebel‘ e ‘Born To Run‘ (no, Springsteen non c’entra!) che sembrano regalare ancora qualche antico sussulto. Dopo sarà solo una carovana di comparse e dischi con un nome da difendere, tanto mestiere, e solo qualche sporadico acuto, fino all’annuncio di pochi giorni fa: gli ultimi ribelli alle prese con l’ultimo tour della loro gloriosa e travagliata storia.





PUNTATE PRECEDENTI
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #32: BADFINGER (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #35: GENE CLARK-White Light (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #37: CAPTAIN BEYOND-Captain Beyond (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #47:TOM PETTY-Highway Companion (2006)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #48:STEVE FORBERT-Alive On Arrival (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #49:CRY OF LOVE -Brother (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #50:THE BLACK CROWES-By Your Side (1999 )
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #51: NEIL YOUNG-Re-Ac-Tor (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #52: DUST-Dust (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #53:THE GEORGIA SATELLITES-Open All Night (1988)